Fonte: The Scole Experiment
Ho trovato molto interessante questo episodio svoltosi durante un esperimento medianico del gruppo di Scole. In questa particolare occasione molti scettici erano presenti, tutti col dente avvelenato per prendersi il merito di aver smascherato una farsa, tanto da esigere, giustamente e con totale approvazione dei medium, che gli esperimenti si svolgessero presso le loro abitazioni, onde evitare facili frodi.
Fortunatamente esistono anche scettici dalla mentalità aperta.
Quello che segue è l’esperienza riferita da questi.
Il punto luminoso (solitamente unico):
1. Saettava per la stanza a grande velocità ed eseguiva elaborati movimenti davanti a noi, tra cui cerchi perfetti e prolungati, eseguiti ad alta velocità e con una precisione che all’apparenza non poteva essere attribuita a un intervento dell’uomo.
2. Diventava visibile solo a uno di noi ma non al suo vicino, poi capovolgeva la disposizione come a dimostrare di occultarsi e di essere mossa da una motivazione intelligente.
3. Si posava sulle mani distese, saltando da l’una all’altra.
4. Rispondeva alle richieste, come illuminare e irradiare una parte del corpo.
5. Entrava in un cristallo e vi rimaneva come piccolo punto di luce, muovendosi al suo interno, o permeando di luce la sua struttura.
6. Mentre eseguiva un cerchio perfetto di luce, accendeva e spegneva alcuni segmenti del cerchio.
7. Diffondeva la luce attraverso una ciotola di pirex capovolta o messa in altre posizioni.
8. Alla base della ciotola di pirex lasciava l’immagine tridimensionale di un cristallo luminescente – rivelatosi inconsistente quando i ricercatori hanno cercato di prenderlo – trasformando poi l’essenza luminosa del cristallo in una forma solida che poteva essere sollevata e riposta; ripeteva questa procedura due volte, in modo tale da non lasciare alcun dubbio ai tre osservatori, uno dei quali (Arthur Ellison, professore di Ingegneria) mise la testa proprio sopra e abbastanza vicino alla ciotola da impedire l’ingresso di una mano; grazie alla luce irradiata dal cristallo Montague Keen e David Fontana (professore di Psicologia) potevano vedere chiaramente il suo volto.
9. Colpiva il piano del tavolo con un colpo secco, oppure il vetro della cupola o il piatto, con un rumore metallico, e lo faceva ripetutamente restando visibile come un nitido puntino di luce.
10. Appariva all’interno della pallina da ping-pong che, dalla ciotola di pirex era stata lanciata all’altro capo della stanza; alla fine della seduta venne ritrovata sul pavimento.
11. Creava un chiarore diffuso sul soffitto, sul pavimento, sulla parete più lontana dal tavolo, a un metro e mezzo circa di distanza, o attorno alle mani o alle ginocchia dei partecipanti, che consentiva ai ricercatori di vederne le mani e talvolta i volti, nonché il blocco degli appunti e la penna di Montague Keen; creava lo stesso effetto a mezz’aria, che non veniva riflesso da nessuna superficie.
12. Illuminava i piedi dei partecipanti sotto il bordo del tavolo rotondo, nonostante l’ostacolo costituito dalla struttura portante che di fatto impediva ai membri del gruppo di toccarsi.
13. Si posava ed apparentemente penetrava nel torace dei ricercatori, che subito dopo riferivano di aver percepito delle sensazioni interne, poi usciva da un’altra parte del corpo.
14. Entrava nel bicchiere d’acqua tenuto da un ricercatore(David Fontana) e agitava visibilmente e sonoramente il liquido senza spegnersi; il volto del ricercatore era proprio sopra il bicchiere, e quindi precludeva l’ingresso di qualsiasi strumento fisico.
15. Illuminava simultaneamente con una luce diffusa i sei piedini di perspex, alti 5cm, della base di legno che sosteneva la cupola di vetro.
16. Si posava sulle palme aperte di un ricercatore ospite (professore Grattan-Guinness) che poi, per un breve momento, chiudeva tra le mani la luce, per convincersi dell’assenza di qualsiasi legame fisico.
17. Con l’ausilio del profilo di una mano di un’entità apparentemente disincarnata, sollevava un cristallo illuminato internamente da una luce spirituale e lo trasportava all’altro capo del tavolo.
18. Illuminava internamente una lampadina sospesa sopra le teste dei partecipanti, senza accensione del filamento.
19. Illuminava diverse parti della vaschetta di vetro, muovendosi all’interno.
20. Assumeva una forma simile a una grossa biglia che, rotolando sul tavolo, raggiungeva uno dei ricercatori, producendo abbastanza luce da illuminargli le mani.
21. Si muoveva seguendo il ritmo della musica.
22. Produceva “lampi fulminei” in un punto di una grande stanza, a circa tre metri, tre metri e mezzo dal gruppo seduto attorno al tavolo.
23. Appariva simultaneamente come due luci separate.
24. Eseguiva una serie di “voli in picchiata” sul piano del tavolo, colpendolo in modo visibile e udibile, per poi riemergere, apparentemente, da un punto proprio sotto il tavolo.
25. Restava per qualche minuto o più come una piccola luminescenza immobile, nitida e costante, proprio sopra il tavolo all’altezza delle teste.
26. Cambiava forma, trasformandosi da un puntino di luce a un chiarore diffuso.
27. Irradiava di luce visibile una pallina da ping-pong che era stata sollevata, fatta ricadere sul pavimento ai piedi di uno dei partecipanti poi, dopo essere rimasta ferma per un attimo, era stata spostata in un angolo della struttura portante sotto il tavolo.
28. Il chiarore aumentava in modo significativo quando i partecipanti premevano le mani sulle ginocchia.
29. Si spostava a grande velocità, descrivendo, a volte, forme geometriche perfette a trenta, sessanta centimetri dal viso dei visitatori, ma senza fare alcun rumore né provocare spostamenti d’aria percettibili.
30. Illuminava le dita della mano (a grandezza naturale) di uno spirito; mano descritta, dalla persona che l’ha percepita, come morbida e fredda.
31. Da un chiarore appena diffuso si trasformava in oggetti che si materializzavano o fluttuavano sopra il tavolo; gli oggetti assumevano, a seconda dei casi, la forma di statuine o di un “volto” appena accennato che sembrava muovere le labbra; i vari oggetti erano animati, e alcuni levitavano verso il soffitto prima di scomparire.
32. A volte scompariva all’improvviso.
33. Dal nulla aumentava fino ad assumere una forma visibile a quella di una roccia che levita; passava davanti a un ricercatore prima di fermarsi davanti a un altro, per poi ritornare al punto di partenza e scomparire gradatamente.
Aggiungerei inoltre la testimonianza di George Dalzell, un semplice assistente sociale che esplora l’autenticità dei fenomeni medianici:
“... Mi venne in mente che se il fenomeno luminoso fosse stato facilitato da un’invisibile èquipe di spiriti scienziati, come aveva asserito Robin Foy allora, forse avrei potuto comunicare direttamente con uno di questi scienziati usando il pensiero. In questo modo potevo controllare l’autenticità dei fenomeni di Scole senza che il gruppo e i partecipanti ne fossero a conoscenza. Distesi le mani al buio e formulai questo pensiero: “Toccate la mia mano destra. Inviate una luce alla mia mano destra se riuscite a sentirmi in questo momento”.
A quel punto, una luce sorvolò le teste degli spettatori e superando il gruppo di Scole venne a toccare il dito indice della mia mano destra. Ero incredulo. Riuscivo a sentire la luce che mi toccava fisicamente, così come potevo chiaramente vedere che non si trattava di una corda in fibra ottica o di una proiezione luminosa, ma piuttosto di una luce bianco-bluastra di origine imprecisa....”.
Le Altre Dimensioni
Prove di Vita Ultraterrena
Messaggio di benvenuto
giovedì 18 luglio 2013
Voi che scettici siete?
Io vorrei capire la ragion per cui taluni scettici dalla mentalità chiusa debbano negare l’esistenza di un’Altra Dimensione anche dopo che altri scettici, inizialmente chiusi anch’essi, ne abbiano appurato l’autenticità, quasi come se questi ultimi fossero di colpo impazziti o presi da un’allucinazione collettiva. Non scettici comuni s’intenda, ma esimi scienziati, fisici, ingegneri, psicologi, astrofisici e premi Nobel.
A tal proposito Victor Zammit (autore del libro “Un avvocato presenta il caso dell’Aldilà. Prove oggettive inconfutabili”) si esprime così su entrambi:
“Gli scettici dalla mentalità chiusa hanno già preso delle decisioni definitive in ogni ambito esistenziale. E, siano essi dei ricercatori o degli studiosi, come il clero al tempo di Galileo, si rifiutano perfino di prendere in considerazione le informazioni scientifiche che contraddicono le loro convinzioni personali. Essi hanno ampliato la definizione di "scettico" portandola da "colui che dubita" a "colui che si rifiuta di accettare"”.
Poi continua:
“Gli scettici dalla mentalità chiusa che sostengono di avere indagato sui fenomeni paranormali nella maggioranza dei casi hanno respinto i risultati delle osservazioni e degli esperimenti metafisici, anche quando tali risultati erano stati ottenuti in maniera oggettiva. Secondo la loro logica, se i risultati si dimostrano positivi, lo sperimentatore deve essere poco qualificato o complice di una frode, perché l'Aldilà e i fenomeni metafisici non esistono e non possono esistere. Essi hanno assunto il ruolo di procuratori piuttosto che quello di investigatori”.
Di contro oppone gli altri:
“Uno scettico dalla mentalità aperta è una persona che generalmente non accetta la superstizione o le credenze per spiegare i fenomeni fisici e quelli metafisici. Ma accetta i risultati che abbiano una base scientifica o comunque oggettiva..."
E ancora:
“Sono famoso per il fatto di ispirare pubblicamente le mie azioni a una visione scettica della vita, nel senso che non sono disposto ad accettare "per fede" ciò che mi viene detto. Io dubito, domando, leggo, ricerco, indago. Mi considero uno scettico dalla mentalità aperta ma non nell'ambito specifico dell'Aldilà, perché in questo campo ho condotto indagini scrupolose”.
A tal proposito Victor Zammit (autore del libro “Un avvocato presenta il caso dell’Aldilà. Prove oggettive inconfutabili”) si esprime così su entrambi:
“Gli scettici dalla mentalità chiusa hanno già preso delle decisioni definitive in ogni ambito esistenziale. E, siano essi dei ricercatori o degli studiosi, come il clero al tempo di Galileo, si rifiutano perfino di prendere in considerazione le informazioni scientifiche che contraddicono le loro convinzioni personali. Essi hanno ampliato la definizione di "scettico" portandola da "colui che dubita" a "colui che si rifiuta di accettare"”.
Poi continua:
“Gli scettici dalla mentalità chiusa che sostengono di avere indagato sui fenomeni paranormali nella maggioranza dei casi hanno respinto i risultati delle osservazioni e degli esperimenti metafisici, anche quando tali risultati erano stati ottenuti in maniera oggettiva. Secondo la loro logica, se i risultati si dimostrano positivi, lo sperimentatore deve essere poco qualificato o complice di una frode, perché l'Aldilà e i fenomeni metafisici non esistono e non possono esistere. Essi hanno assunto il ruolo di procuratori piuttosto che quello di investigatori”.
Di contro oppone gli altri:
“Uno scettico dalla mentalità aperta è una persona che generalmente non accetta la superstizione o le credenze per spiegare i fenomeni fisici e quelli metafisici. Ma accetta i risultati che abbiano una base scientifica o comunque oggettiva..."
E ancora:
“Sono famoso per il fatto di ispirare pubblicamente le mie azioni a una visione scettica della vita, nel senso che non sono disposto ad accettare "per fede" ciò che mi viene detto. Io dubito, domando, leggo, ricerco, indago. Mi considero uno scettico dalla mentalità aperta ma non nell'ambito specifico dell'Aldilà, perché in questo campo ho condotto indagini scrupolose”.
Più avanti prosegue:
"Quando i materialisti e gli scettici dalla mentalità chiusa si rifiutano di accettare le prove oggettive che attestano l'esistenza dell'Aldilà, mi viene in mente un scena processuale. Immaginate che, in un caso di omicidio, la pubblica accusa abbia portato in aula un centinaio di testimoni. Che tutti questi testimoni siano scienziati, dottori, avvocati, scrittori, psichiatri, psicologi, fisici e molti altri, tutti altamente accreditati. Che tutti i testimoni affermino di avere visto l'accusato premere il grilletto e colpire cinque volte la vittima al torace.
A quel punto l'avvocato difensore si alza e fa la sua arringa utilizzando le argomentazioni degli scettici:
• tutti i testimoni dell'accusa hanno le allucinazioni,
• erano tutti sotto ipnosi,
• sono tutti complici dell'accusa,
• in alternativa, tutti i testimoni riversano la loro colpa sull'accusato,
• i testimoni hanno esteriorizzato congiuntamente la loro energia in eccesso ed è questo che ha provocato la morte della vittima.
• (e se tutte le altre argomentazioni si dimostrano inefficaci) si è trattato di super Percezione Extrasensoriale (ESP).
In base alla mia esperienza, vedo che gli scettici dalla mentalità chiusa applicano, a seconda dei casi, dei test o dei criteri di valutazione differenti, con lo scopo espresso di ingenerare confusione nella gente".
E Voi?
Che scettici siete?
Che scettici siete?
mercoledì 10 agosto 2011
Il caso di Pam Reynolds
Fonte:
Francesca Scarrica (La Scienza che ha dimostrato l’Aldilà)
Il caso di Pam Reynolds ha fatto molto scalpore e viene spesso citato nella letteratura riguardante le NDE. Vi riporto la sua esperienza così come riportata nel sito http://www.near-death.com/.
Pam era stata una bambina prodigio, dotata di un talento eccezionale nel suonare il violino ed il pianoforte, con una preparazione nel repertorio classico ed una promettente carriera come cantante e arrangiatrice. Quando già era madre di 3 figli, nel 1991, all’età di 35 anni, Pam dovette sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico per la rimozione di un aneurisma arterioso di grandi dimensioni che metteva in pericolo la sua vita.
Infatti la rottura dell’aneurisma avrebbe provocato la distruzione del tronco cerebrale e la morte. Ma la grandezza e la posizione dell’aneurisma non permettevano la sua rimozione tramite l’uso di procedure neurochirurgiche standard, così ella fu indirizzata ad un dottore che utilizzava una procedura nuovissima, pionieristica, conosciuta come “arresto cardiaco ipotermico”, l’unica che prometteva a Pam una ragionevole chance di successo. L’operazione, chiamata in gergo “standstill”, richiede che la temperatura corporea del paziente sia portata artificialmente a circa 15,5 C° mediante un bypass circolatorio, che tanto il battito cardiaco quanto il respiro vengano interrotti, che l’encefalogramma risulti completamente piatto e che il sangue sia aspirato completamente dal cervello del paziente. In effetti possiamo dire che Pam fu messa in stato di morte artificiale. Appena fu in sala operatoria, le venne somministrata un’anestesia generale, ossia un’anestesia nella quale si utilizzano droghe per mantenere lo stato di sonno profondo, droghe per paralizzare i muscoli e droghe per prevenire la percezione del dolore. Chiunque si trovi in queste condizioni non può né muoversi, né parlare, né respirare, e per questo viene collegato ad un respiratore artificiale. Durante l’anestesia lo stato mentale di Pam veniva monitorato mediante l’encefalogramma (che doveva risultare piatto) e con la misura della risposta del cervello ad un suono emesso periodicamente da due auricolari infilati nelle orecchie. Questo sistema (chiamato VEP = Vestibular Evoked Potentials) verifica il funzionamento del tronco cerebrale ed è un efficace indicatore della profondità dell’anestesia. In assenza di tali risposte il tronco risulta inattivo. La testa di Pam era fissata nella posizione più adatta ed il resto del corpo era coperto da teli sterili. Mentre il neurochirurgo iniziava ad operare sulla testa, un chirurgo cardiaco (la dottoressa Murray) iniziava un’altra operazione all’inguine per inserire i tubi del bypass cardiaco nei vasi sanguigni. In questo modo sarebbe stato possibile far passare il sangue di Pam in una macchina che l’avrebbe refrigerato fino alla temperatura desiderata. L’abbassamento di temperatura produsse anche il previsto arresto cardiaco, per cui la circolazione del sangue fu mantenuta esclusivamente dal bypass. Una volta che il corpo di Pam si fu raffreddato a 15,5 C°, la circolazione sanguigna venne arrestata e l’aneurisma asportato con successo. A questa temperatura il metabolismo del cuore e del cervello è rallentato a tal punto che la circolazione sanguigna può essere interrotta per circa 45–60 minuti senza che i tessuti vengano danneggiati. Dopo la rimozione dell’aneurisma, la macchina del bypass cardiaco fu riavviata e la temperatura fu riportata gradatamente a 37 C°. Il battito cardiaco fu riattivato, il bypasss venne rimosso e Pam fu praticamente riportata in vita. Durante il periodo di morte artificiale, Pam ebbe una NDE molto profonda. Le sue testimonianze, da una posizione fuori dal corpo, su vari dettagli dell’operazione si rivelarono in seguito vere ed anche molto precise.
Il caso di Pam viene indicato come una delle prove più valide della veridicità delle osservazioni dell’ambiente circostante che vengono fatte in stato di NDE, per la capacità della paziente di descrivere puntualmente gli specifici strumenti chirurgici e le procedure messe in atto, nonostante il suo cervello fosse clinicamente morto.
Per esempio, quando tutte le funzioni vitali di Pam furono sospese, il medico accese la sega chirurgica ed iniziò ad incidere il cranio della paziente. Durante questa fase, Pam raccontò di essersi sentita “schizzare” fuori dal corpo, trovandosi a fluttuare al di sopra del tavolo chirurgico. Da quella posizione poté osservare per un po’ il dottore che stava lavorando sul suo corpo senza vita. Vedeva il chirurgo mentre segava il suo cranio con quello che, disse, le sembrava una specie di spazzolino da denti elettrico. Pam udì e poi riferì più tardi tutto quanto le infermiere avevano detto in sala operatoria e tutto quello che era accaduto durante l’intervento. Da notare che, nello stesso momento, tutti gli strumenti collegati con il corpo di Pam non registravano alcuna traccia di attività cerebrale. Ad un certo punto la “coscienza” di Pam si allontanò cominciò a fluttuare al di fuori della sala operatoria, trovandosi in un tunnel in fondo al quale brillava una luce. Al termine del tunnel Pam intravide alcuni suoi parenti ed amici trapassati, tra i quali c’era anche sua nonna, già morta da tempo. La NDE di Pam terminò quando un suo zio defunto la invitò a ritornare nel suo corpo. Pam raccontò che l’esperienza di rientrare nel proprio corpo (freddo) le aveva ricordato l’effetto di “tuffarsi in una piscina di acqua ghiacciata”. Ecco, di seguito, come essa racconta la sua NDE nel corso di un’intervista: “La cosa successiva che ricordo era il suono: si trattava di un “re” naturale (nota musicale). Mentre ascoltavo quel suono, sentivo che mi stava tirando fuori dalla sommità della mia testa. Via via che uscivo fuori dal corpo, la tonalità diventava più chiara. Avevo l’impressione che fosse come una strada, una frequenza lungo la quale muoversi … Ricordo di aver osservato diverse cose nella sala operatoria mentre guardavo in basso. Mi sentivo più capace di attenzione consapevole di quanto non lo fossi mai stata in tutta la mia vita … In un certo senso era come se mi fossi seduta sulle spalle del chirurgo. Non avevo una visione di tipo normale: era più brillante, più chiara e più a fuoco rispetto alla visione normale … C’erano tante cose nella sala operatoria che non riuscivo ad identificare, e tante persone. Pensai che il modo in cui mi avevano rasato la testa era piuttosto strano. Credevo che mi avrebbero raso a zero tutti i capelli, ma non fu così … Lo strumento per segare il cranio, di cui odiavo il suono, assomigliava ad uno spazzolino da denti elettrico, ed aveva un incavo, una specie di scanalatura sulla punta, laddove la lama sembrava rientrare all’interno del manico, senza che ciò accadesse … La sega aveva inoltre delle lame intercambiabili, ma queste lame stavano in quella che sembrava un astuccio con fori di diverse dimensioni (per infilarvi le lame) … Sentivo la sega andare più veloce. Non li vedevo usarla sulla mia testa, ma credo di aver sentito che stavano usandola su qualcosa. Emetteva un ronzio ad una frequenza piuttosto alta, e poi improvvisamente partiva: wrrrrrrr … così. Qualcuno disse qualcosa a proposito del fatto che le mie vene ed arterie erano molto piccole. Mi sembra che fosse una voce femminile, quella della dottoressa Murray (la cardiologa), ma non ne sono sicura. Ricordo di aver pensato che avrei dovuto parlarle di questo particolare … ricordo anche di aver osservato la macchina cuore-polmone. Non mi piaceva la maschera del respiratore … ricordo una quantità di attrezzi e di strumenti che sul momento non fui in grado di riconoscere. Avevo la sensazione di essere tirata, ma non contro la mia volontà. Andavo avanti di buon grado, perché volevo andare avanti. Uso qualche metafora per cercare di spiegarmi: era come nel Mago di Oz, qualcosa di simile all’essere risucchiati in alto dal vortice di un tornado, ma senza girare intorno e senza provare vertigini di sorta. Mi sentivo molto concentrata perché avevo una meta verso cui andare. La sensazione era quella di salire in un ascensore veramente veloce. E poi c’era un’altra sensazione, che però non era né corporea né fisica: era come essere in un tunnel, ma non era un vero tunnel. Ad un certo punto all’inizio del vortice del tunnel diventai cosciente del fatto che mia nonna mi stava chiamando. Ma la sentivo chiamarmi non con le mie orecchie … era qualcosa di più chiaro rispetto all’udire con le orecchie. Mi fidavo di quella sensazione più di quanto non mi fidi di ciò che sento con le mie orecchie. La sensazione era che voleva che andassi da lei, così continuai ad avanzare senza timore lungo il condotto. Si trattava di un condotto oscuro, alla cui estremità più lontana c’era un piccolissimo punto di luce che via via diventava più grande e poi ancora più grande. La luce era incredibilmente brillante, come trovarsi al centro di una lampadina. Era così intensa che mi misi le mani davanti al viso aspettandomi di vederle, e invece mi accorsi che non c’erano. Ma sapevo che erano là, anche se non potevo sentirle col tatto. Di nuovo, non riesco a trovare il modo di esprimermi, ma sapevo che le mie mani erano là … Mi resi conto che mentre cominciavo a distinguere diverse figure nella luce (figure che erano avvolte nella luce, permeate di luce ed erano esse stesse luce) queste cominciavano a prendere forme che io potevo riconoscere e comprendere. Vidi che una di esse era mia nonna: non so se fosse realtà o proiezione, ma io saprei riconoscere mia nonna, ed il suono della sua voce, sempre ed ovunque. Tutti coloro che vedevo, ripensandoci, corrispondevano perfettamente all’immagine che ne avevo avuto quand’erano, in vita, nella loro forma più smagliante. Ne riconobbi tanti: c’erano mio zio Gene, la pro-prozia Maggie (che in effetti era una cugina), il nonno paterno … Si stavano prendendo cura di me in un modo molto speciale, come se mi custodissero. Non mi permisero di procedere oltre … Mi fu comunicato (non riesco ad esprimermi meglio, dato che non parlavano come facciamo noi) che se entravo completamente nella luce qualcosa di irreversibile sarebbe capitato al mio corpo fisico. Non sarebbero più riusciti a rimettere di nuovo quell’io che ero all’interno del mio corpo: se mi fossi allontanata troppo non sarebbero riusciti a riconnettermi. Perciò non mi avrebbero permesso di andare oltre o fare alcunché. Io volevo entrare nella luce, ma nello stesso tempo desideravo tornare. Avevo dei figli da curare e da allevare. Era come se vedessi un film a velocità accelerata: si ha un’idea generale di ciò che accade, ma non si riesce a rallentare i fotogrammi in modo da percepire i dettagli. Poi questi miei parenti trapassati cominciarono a nutrirmi. Non lo facevano attraverso al mia bocca, come si fa col cibo, ma in qualche modo venivo nutrita. L’unico modo in cui potrei spiegare la cosa è che mi davano delle scintille. Posso senza dubbio ricordare la sensazione di ricevere nutrimento ed energia e di diventare più forte. Capisco che sembra buffo, dato che ovviamente non si trattava di qualcosa di fisico, ma all’interno dell’esperienza mi sentivo “fisicamente” forte e pronta a tutto. Mia nonna non mi ricondusse attraverso il tunnel, né mi rimandò indietro e neppure mi chiese di andarmene. Semplicemente, mi rivolse uno sguardo: pensavo che sarei dovuta andare con lei, ma mi fu comunicato che essa non credeva che fosse necessario. Lo zio mi disse che sarebbe venuto lui. Ed infatti mi riportò indietro attraverso il tunnel: tutto andava bene, anche se non avevo voglia di andar via. Ma quando arrivai all’inizio del tunnel e rividi quella cosa, il mio corpo, non volevo assolutamente rientrarci. Aveva un aspetto orribile, come un treno deragliato. Sembrava proprio ciò che era: morto. Penso che fosse ricoperto da un telo: mi spaventai e non volli più guardarlo. Mi fu detto che sarebbe stato come tuffarmi in una piscina: nessun problema per me, che so tuffarmi bene. Ma non volevo ed allora, siccome cominciavo ad essere in ritardo (o qualcosa del genere) lo zio mi diede una spinta. Sentii una decisa repulsione e nello stesso tempo fui tirata dal mio corpo: il corpo tirava ed il tunnel spingeva … Fu come tuffarsi in una piscina di acqua ghiacciata… fece male! Quando tornai in me, stavano suonando Hotel California ed il verso era: “Puoi lasciare l’albergo ogni volta che vuoi, ma non potrai mai andartene”. Accennai in seguito al dottor Brown che queste parole erano davvero sconsolanti, ma lui mi disse che avevo bisogno di dormirci sopra. Quando ripresi conoscenza, avevo ancora il respiratore”.
Il Prof. Peter Fenwick e le NDE
Fonte:
Francesca Scarrica (La Scienza che ha dimostrato l’Aldilà)
[ Il professor Peter Fenwick è un vero luminare nel campo della neuropsichiatria ed è conosciuto in tutto il mondo per le sue approfondite ricerche nel campo delle esperienze di premorte o NDE... ]
Nn starò di certo a dilungarmi sull’elenco delle sue specializzazioni, che è davvero impressionante, spaziando esse dalla psichiatria alla neuropsichiatria, dalla diagnosi e cura delle malattie e dei traumi della testa, del cervello e della spina dorsale, allo studio degli stati alterati del cervello conseguenti a traumi, dalla cura dell’epilessia a quella dei disordini del sonno, perchè questi sono solo alcuni dei campi in cui il professor Fenwick è riconosciuto essere una vera autorità.
Voglio però solo sottolineare che è considerato la principale autorità medica nel campo delle NDE in Inghilterra e come tale è molto stimato sia dai suoi colleghi che dai media, che vedono in lui un punto di riferimento importante quando vanno a trattare questo argomento.
[ Nel corso dei suoi studi, il professor Fenwick ha analizzato più di 300 esperienze di premorte pubblicando le sue importanti conclusioni nel libro The Truth in the Light (La verità nelle Luce) scritto in collaborazione con la moglie, Elisabeth Fenwick. Le sue ricerche, coadiuvate dal dottor Sam Parnia, lo hanno portato a prendere una posizione netta nel dibattito che riguarda la natura del rapporto fra coscienza e cervello: egli si è infatti detto convinto, dalle sue esperienze e dagli studi effettuati direttamente sui suoi pazienti, che la coscienza è separata dal corpo e che essa continua a vivere dopo la morte fisica. Inoltre per lui, coscienza ed anima si equivalgono. E’ famosa una sua recente ricerca durante la quale, per un anno, Fenwick e collaboratori hanno studiato 63 casi di pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco. Di questi, 56 non conservavano alcuna memoria del tempo in cui erano rimasti privi di conoscenza. Ma quattro dei sette che hanno dichiarato di ricordare qualcosa hanno superato la scala Grayson, che valuta le esperienze di “quasi morte”. I quattro hanno descritto sensazioni di pace e gioia, tempo annullato, perdita di percezione del corpo, di una luce brillante e dell’ingresso in un altro mondo. Esperienze che per Fenwick non possono assolutamente essere spiegate con il collasso delle funzioni cerebrali causato da mancanza di ossigeno o con combinazioni di medicinali (che, in casi del genere, sono uguali per tutti). Del resto, nelle sue ricerche, il professor Fenwick si è imbattuto, come già altri, nelle esperienze di premorte riportate da persone cieche fin dalla nascita che riportano di aver “visto”, quando erano fuori dal corpo, che tipo di manovre eseguivano i medici per rianimarli, oggetti particolari che erano nella sala di rianimazione e perfino potevano descrivere l’abbigliamento dei medici e delle persone presenti intorno a loro: il fatto che queste persone, non vedenti dalla nascita, possano descrivere così dettagliatamente particolari reali e confermati dai presenti, attesta in maniera chiarissima la realtà dell’esperienza stessa. Per il famoso neuropsichiatra questi fenomeni potrebbero fornire una valida risposta alla domanda se la mente o la coscienza siano prodotte dal cervello, o se il cervello non sia invece una specie di intermediario della mente, la quale esiste di per sé, al di fuori del nostro corpo.
Le sue ricerche vanno proprio in questa direzione e alle obiezioni scettiche che affermano che le NDE sono un effetto del cervello, Fenwick ribatte che bisogna tener conto che, dopo un arresto cardiaco, si perde coscienza in appena otto secondi, in 11 le onde cerebrali sono oramai piatte e dopo 18 non c’è più alcuna possibilità per il cervello di creare un modello del mondo. “Così il cervello è come se fosse spento” ha dichiarato il dottor Fenwick e poi: “Inoltre, ogni qualvolta abbiamo chiesto quando é avvenuta la NDE, i pazienti hanno detto che essa accade quando sono incoscienti. Se ciò è vero, la loro esperienza accadeva quando non c’era nessun flusso di sangue attraverso il cervello e quindi la coscienza sembrerebbe esistere al di fuori del cervello.”
Si potrebbe far notare che le loro esperienze sono accadute nei pochi secondi trascorsi tra il ripristino delle funzioni del cervello ed il ritorno della coscienza, ma il caso specifico di un paziente americano, dove tracce di attività elettrica nel cervello sono state attentamente monitorizzate, suggerisce che questo non é il caso. Fenwick dichiara: “Questo ed altri studi evidenziano che la mente ed il cervello non sono la stessa cosa, sembra che la mente possa operare in parte al di fuori del cervello, agendo come una specie di campo elettromagnetico, allo stesso modo in cui un televisore riceve i programmi attraverso l’etere. La domanda principale cui cerchiamo di rispondere è se la teoria del cervello-identità realmente tiene, sicché il prossimo passo è trovare più gente che ha avuto esperienze di premorte, ponendo simboli sul soffitto o sui muri della rianimazione e controllare se qualcuno può vederli.”
Ed è proprio questo che fanno attualmente Fenwick ed i suoi collaboratori, cercare di fornire prove inoppugnabili sulla realtà del fenomeno NDE attraverso percorsi che escludano ogni forma di obiezione... ].
Il vero problema è che molti [ ... neuroscienziati oggi non sanno cosa sia esattamente la coscienza e non hanno alcuna teoria per spiegare la sua natura perché si basano sulla scienza che studia il mondo oggettivo, esterno all’individuo, scienza che deriva da una concezione rinascimentale oramai desueta e che dobbiamo superare, adottando modelli che contemplino una scienza della soggettività o della coscienza. Per cui le NDE possono essere lo strumento attraverso il quale trovare un modo per superare quello che Fenwick chiama ‘‘consciousness gap’’ nelle neuroscienze ].
Francesca Scarrica (La Scienza che ha dimostrato l’Aldilà)
[ Il professor Peter Fenwick è un vero luminare nel campo della neuropsichiatria ed è conosciuto in tutto il mondo per le sue approfondite ricerche nel campo delle esperienze di premorte o NDE... ]
Nn starò di certo a dilungarmi sull’elenco delle sue specializzazioni, che è davvero impressionante, spaziando esse dalla psichiatria alla neuropsichiatria, dalla diagnosi e cura delle malattie e dei traumi della testa, del cervello e della spina dorsale, allo studio degli stati alterati del cervello conseguenti a traumi, dalla cura dell’epilessia a quella dei disordini del sonno, perchè questi sono solo alcuni dei campi in cui il professor Fenwick è riconosciuto essere una vera autorità.
Voglio però solo sottolineare che è considerato la principale autorità medica nel campo delle NDE in Inghilterra e come tale è molto stimato sia dai suoi colleghi che dai media, che vedono in lui un punto di riferimento importante quando vanno a trattare questo argomento.
[ Nel corso dei suoi studi, il professor Fenwick ha analizzato più di 300 esperienze di premorte pubblicando le sue importanti conclusioni nel libro The Truth in the Light (La verità nelle Luce) scritto in collaborazione con la moglie, Elisabeth Fenwick. Le sue ricerche, coadiuvate dal dottor Sam Parnia, lo hanno portato a prendere una posizione netta nel dibattito che riguarda la natura del rapporto fra coscienza e cervello: egli si è infatti detto convinto, dalle sue esperienze e dagli studi effettuati direttamente sui suoi pazienti, che la coscienza è separata dal corpo e che essa continua a vivere dopo la morte fisica. Inoltre per lui, coscienza ed anima si equivalgono. E’ famosa una sua recente ricerca durante la quale, per un anno, Fenwick e collaboratori hanno studiato 63 casi di pazienti sopravvissuti ad arresto cardiaco. Di questi, 56 non conservavano alcuna memoria del tempo in cui erano rimasti privi di conoscenza. Ma quattro dei sette che hanno dichiarato di ricordare qualcosa hanno superato la scala Grayson, che valuta le esperienze di “quasi morte”. I quattro hanno descritto sensazioni di pace e gioia, tempo annullato, perdita di percezione del corpo, di una luce brillante e dell’ingresso in un altro mondo. Esperienze che per Fenwick non possono assolutamente essere spiegate con il collasso delle funzioni cerebrali causato da mancanza di ossigeno o con combinazioni di medicinali (che, in casi del genere, sono uguali per tutti). Del resto, nelle sue ricerche, il professor Fenwick si è imbattuto, come già altri, nelle esperienze di premorte riportate da persone cieche fin dalla nascita che riportano di aver “visto”, quando erano fuori dal corpo, che tipo di manovre eseguivano i medici per rianimarli, oggetti particolari che erano nella sala di rianimazione e perfino potevano descrivere l’abbigliamento dei medici e delle persone presenti intorno a loro: il fatto che queste persone, non vedenti dalla nascita, possano descrivere così dettagliatamente particolari reali e confermati dai presenti, attesta in maniera chiarissima la realtà dell’esperienza stessa. Per il famoso neuropsichiatra questi fenomeni potrebbero fornire una valida risposta alla domanda se la mente o la coscienza siano prodotte dal cervello, o se il cervello non sia invece una specie di intermediario della mente, la quale esiste di per sé, al di fuori del nostro corpo.
Le sue ricerche vanno proprio in questa direzione e alle obiezioni scettiche che affermano che le NDE sono un effetto del cervello, Fenwick ribatte che bisogna tener conto che, dopo un arresto cardiaco, si perde coscienza in appena otto secondi, in 11 le onde cerebrali sono oramai piatte e dopo 18 non c’è più alcuna possibilità per il cervello di creare un modello del mondo. “Così il cervello è come se fosse spento” ha dichiarato il dottor Fenwick e poi: “Inoltre, ogni qualvolta abbiamo chiesto quando é avvenuta la NDE, i pazienti hanno detto che essa accade quando sono incoscienti. Se ciò è vero, la loro esperienza accadeva quando non c’era nessun flusso di sangue attraverso il cervello e quindi la coscienza sembrerebbe esistere al di fuori del cervello.”
Si potrebbe far notare che le loro esperienze sono accadute nei pochi secondi trascorsi tra il ripristino delle funzioni del cervello ed il ritorno della coscienza, ma il caso specifico di un paziente americano, dove tracce di attività elettrica nel cervello sono state attentamente monitorizzate, suggerisce che questo non é il caso. Fenwick dichiara: “Questo ed altri studi evidenziano che la mente ed il cervello non sono la stessa cosa, sembra che la mente possa operare in parte al di fuori del cervello, agendo come una specie di campo elettromagnetico, allo stesso modo in cui un televisore riceve i programmi attraverso l’etere. La domanda principale cui cerchiamo di rispondere è se la teoria del cervello-identità realmente tiene, sicché il prossimo passo è trovare più gente che ha avuto esperienze di premorte, ponendo simboli sul soffitto o sui muri della rianimazione e controllare se qualcuno può vederli.”
Ed è proprio questo che fanno attualmente Fenwick ed i suoi collaboratori, cercare di fornire prove inoppugnabili sulla realtà del fenomeno NDE attraverso percorsi che escludano ogni forma di obiezione... ].
Il vero problema è che molti [ ... neuroscienziati oggi non sanno cosa sia esattamente la coscienza e non hanno alcuna teoria per spiegare la sua natura perché si basano sulla scienza che studia il mondo oggettivo, esterno all’individuo, scienza che deriva da una concezione rinascimentale oramai desueta e che dobbiamo superare, adottando modelli che contemplino una scienza della soggettività o della coscienza. Per cui le NDE possono essere lo strumento attraverso il quale trovare un modo per superare quello che Fenwick chiama ‘‘consciousness gap’’ nelle neuroscienze ].
domenica 17 luglio 2011
Metafonia
Quando si parla di Metafonia ( ricezione, tramite l’uso di un registratore o della radio, di parole e frasi di senso compiuto che non provengono dall’ambiente circostante ma da “altre dimensioni”) non si può non parlare di Marcello Bacci, noto ricercatore italiano conosciuto per i suoi straordinari esperimenti e per la grande generosità che dimostra mettendo a disposizione della scienza e di tutti coloro che hanno perduto una persona cara la propria eccezionale dote: quella di poter comunicare con estrema chiarezza e precisione con le entità che abitano l’altra dimensione. Inoltre egli ha sempre agito senza chiedere un soldo, aiutando chi si rivolge a lui per puro spirito umanitario, investendo il suo tempo e le sue energie solo per amore della verità e del suo prossimo.
Un esperimento straordinario condotto dai tecnici del Laboratorio proprio nello studio di Marcello Bacci a Grosseto il 5 dicembre del 2004, durante il quale erano presenti, tra gli altri, il professor Fontana, Anabela Cardoso, nota ricercatrice brasiliana, e Robin Foy, ricercatore del gruppo inglese di Scole.
Queste le fasi più incredibili dell’esperimento raccontate da Paolo Presi sul sito www.marcellobacci.it :
“Le entità, su richiesta di Bacci, parlano in inglese con David Fontana e con Robin Foy e in lingua portoghese con la Cardoso che, stringendo la mano di Mario, mostra segni di commozione. David Fontana è letteralmente sconcertato per il contatto e per il colloquio che sta intavolando con le entità. A questo punto uno sguardo d'intesa lanciato da Mario Festa a Franco Santi, due tecnici presenti, che durante tutta la seduta è sempre rimasto in attesa accanto a Marina ed Emanuele, dà inizio all'esperimento scientifico. Franco avanza, prende possesso della radio, la gira al contrario e comincia a togliere la prima, la seconda, la terza, la quarta valvola mentre la comunicazione da parte dell'invisibile interlocutore continua imperterrita e come se nulla fosse accaduto. A questo punto gli ospiti stranieri danno evidenti segnali di grande sgomento, mentre Franco, imperterrito, continua la sua operazione di rimozione. Su richiesta di Paolo Presi, Franco toglie anche l’ultima valvola, la quinta. Ora la radio non è più una radio, o meglio è tale perché rimane accesa e solo perché c’è corrente, ma essa non riceve più su alcuna frequenza e come potrebbe farlo dal momento che le mancano tutti i componenti essenziali per la trasmissione? Ma nonostante tutto continuano ad arrivare messaggi: le entità parlano come se niente fosse accaduto! Poi avviene l’inverosimile, l’impossibile, l’imponderabile: Bacci, con un atto non programmato ma del tutto istintivo, spegne la radio agendo sul tasto dell’interruttore. Ora non c’è più corrente, la radio è un oggetto inerte, anzi essa non è più una radio ma può essere tutto e niente. La radio, la vecchia radio di Bacci è solo un soprammobile. E che accade? Con somma meraviglia di tutti i presenti accade che, a radio spenta, le voci continuano a dare i loro messaggi! Sì, a radio spenta, continua la comunicazione delle entità; l’unica variabile è che le voci sembrano essere un pò più lente ma sempre chiare e comprensibilissime.
La stanza è in subbuglio, tutti si alzano in piedi; alcune mamme presenti si commuovono. Marcello è stordito dall’evento; Anabela Cardoso abbraccia Mario Festa sgomenta e commossa; Robin Foy e David Fontana sono anch’essi in piedi attoniti, increduli e stravolti dagli eventi. In un attimo tutto è compiuto.
Le entità hanno più volte affermato che il contatto avviene allo scopo di alleviare la sofferenza delle persone che hanno subito la perdita di un congiunto profondamente amato ed è destinato a favorire un incontro fra “vivi e morti”, anche se spesso le entità ci dicono che loro sono vivi più che mai e che i veri morti siamo noi, oppressi dai limiti della corporeità.
A sottolineare quanto affermato, durante il colloquio alcuni degli ospiti, anche se partecipano per la prima volta, vengono chiamati per nome e talvolta anche col cognome dall’entità che parla alla radio e poi viene presentato il congiunto tanto atteso e viene favorito un dialogo diretto con chi è rimasto “dall’altro lato del velo”. Il defunto si presenta ripetendo più volte il proprio nome, comunica con gioia la propria sopravvivenza e spesso dichiara la propria iniziale sorpresa di essersi ritrovato vivo e immerso in una luce sfolgorante; talvolta la sua voce conserva lo stesso timbro e le medesime caratteristiche foniche di quando era in vita e ciò suscita profonda e sconvolgente emozione nei presenti.
Un esperimento straordinario condotto dai tecnici del Laboratorio proprio nello studio di Marcello Bacci a Grosseto il 5 dicembre del 2004, durante il quale erano presenti, tra gli altri, il professor Fontana, Anabela Cardoso, nota ricercatrice brasiliana, e Robin Foy, ricercatore del gruppo inglese di Scole.
Queste le fasi più incredibili dell’esperimento raccontate da Paolo Presi sul sito www.marcellobacci.it :
“Le entità, su richiesta di Bacci, parlano in inglese con David Fontana e con Robin Foy e in lingua portoghese con la Cardoso che, stringendo la mano di Mario, mostra segni di commozione. David Fontana è letteralmente sconcertato per il contatto e per il colloquio che sta intavolando con le entità. A questo punto uno sguardo d'intesa lanciato da Mario Festa a Franco Santi, due tecnici presenti, che durante tutta la seduta è sempre rimasto in attesa accanto a Marina ed Emanuele, dà inizio all'esperimento scientifico. Franco avanza, prende possesso della radio, la gira al contrario e comincia a togliere la prima, la seconda, la terza, la quarta valvola mentre la comunicazione da parte dell'invisibile interlocutore continua imperterrita e come se nulla fosse accaduto. A questo punto gli ospiti stranieri danno evidenti segnali di grande sgomento, mentre Franco, imperterrito, continua la sua operazione di rimozione. Su richiesta di Paolo Presi, Franco toglie anche l’ultima valvola, la quinta. Ora la radio non è più una radio, o meglio è tale perché rimane accesa e solo perché c’è corrente, ma essa non riceve più su alcuna frequenza e come potrebbe farlo dal momento che le mancano tutti i componenti essenziali per la trasmissione? Ma nonostante tutto continuano ad arrivare messaggi: le entità parlano come se niente fosse accaduto! Poi avviene l’inverosimile, l’impossibile, l’imponderabile: Bacci, con un atto non programmato ma del tutto istintivo, spegne la radio agendo sul tasto dell’interruttore. Ora non c’è più corrente, la radio è un oggetto inerte, anzi essa non è più una radio ma può essere tutto e niente. La radio, la vecchia radio di Bacci è solo un soprammobile. E che accade? Con somma meraviglia di tutti i presenti accade che, a radio spenta, le voci continuano a dare i loro messaggi! Sì, a radio spenta, continua la comunicazione delle entità; l’unica variabile è che le voci sembrano essere un pò più lente ma sempre chiare e comprensibilissime.
La stanza è in subbuglio, tutti si alzano in piedi; alcune mamme presenti si commuovono. Marcello è stordito dall’evento; Anabela Cardoso abbraccia Mario Festa sgomenta e commossa; Robin Foy e David Fontana sono anch’essi in piedi attoniti, increduli e stravolti dagli eventi. In un attimo tutto è compiuto.
Le entità hanno più volte affermato che il contatto avviene allo scopo di alleviare la sofferenza delle persone che hanno subito la perdita di un congiunto profondamente amato ed è destinato a favorire un incontro fra “vivi e morti”, anche se spesso le entità ci dicono che loro sono vivi più che mai e che i veri morti siamo noi, oppressi dai limiti della corporeità.
A sottolineare quanto affermato, durante il colloquio alcuni degli ospiti, anche se partecipano per la prima volta, vengono chiamati per nome e talvolta anche col cognome dall’entità che parla alla radio e poi viene presentato il congiunto tanto atteso e viene favorito un dialogo diretto con chi è rimasto “dall’altro lato del velo”. Il defunto si presenta ripetendo più volte il proprio nome, comunica con gioia la propria sopravvivenza e spesso dichiara la propria iniziale sorpresa di essersi ritrovato vivo e immerso in una luce sfolgorante; talvolta la sua voce conserva lo stesso timbro e le medesime caratteristiche foniche di quando era in vita e ciò suscita profonda e sconvolgente emozione nei presenti.
Un episodio di materializzazione scientificamente provato
Tra le mie varie ricerche di trovare episodi paranormali oggettivamente e scientificamente dimostrabili, il libro di Francesca Scarrica (La Scienza che ha dimostrato l'Aldilà) ne riporta veramente tantissime.
Mi ha particolarmente incuriosita l'esperienza vissuta da John Logie Baird, genio scozzese precoce, dal principio scettico come la stragrande maggioranza del genere umano, che di seguito riporto:
Nel suo libro Soap, Sermon and Television egli descrisse una seduta con la medium Marjorie alla quale partecipò anche il grande scienziato Oliver Lodge. Baird ci narra che la medium era una rispettabile madre di famiglia che aveva cominciato a frequentare i circoli spiritualisti in seguito alla terribile tragedia che l’aveva colpita: il suo unico figlio, Jack, in seguito ad un attacco di depressione, si era suicidato tagliandosi la gola con un rasoio. Affranta dal dolore, Marjorie sperava di poter contattare in qualche modo il figlio proprio attraverso i circoli spiritualisti, scoprendo, col passare del tempo, di avere lei stessa strabilianti capacità di medium e arrivando addirittura, dopo adeguato sviluppo di tali capacità, a materializzare proprio suo figlio. Baird narra che, durante la seduta, si materializzarono le mani di Jack che furono strette da tutti i presenti e allora Lodge, che era stato invitato come osservatore scettico ed imparziale, ebbe l’idea di prendere le impronte digitali della mano ectoplasmatica di Jack per confrontarle con quelle rimaste sul rasoio col quale si era ucciso e che era stato accuratamente conservato, quasi come un cimelio. Si poté in tal modo constatare che quelle impronte corrispondevano esattamente a quelle rilevate sul rasoio. Baird riteneva che questo genere di prova sarebbe stato sufficiente, da solo, a fornirci l’evidenza dell’immortalità della nostra anima.
Mi ha particolarmente incuriosita l'esperienza vissuta da John Logie Baird, genio scozzese precoce, dal principio scettico come la stragrande maggioranza del genere umano, che di seguito riporto:
Nel suo libro Soap, Sermon and Television egli descrisse una seduta con la medium Marjorie alla quale partecipò anche il grande scienziato Oliver Lodge. Baird ci narra che la medium era una rispettabile madre di famiglia che aveva cominciato a frequentare i circoli spiritualisti in seguito alla terribile tragedia che l’aveva colpita: il suo unico figlio, Jack, in seguito ad un attacco di depressione, si era suicidato tagliandosi la gola con un rasoio. Affranta dal dolore, Marjorie sperava di poter contattare in qualche modo il figlio proprio attraverso i circoli spiritualisti, scoprendo, col passare del tempo, di avere lei stessa strabilianti capacità di medium e arrivando addirittura, dopo adeguato sviluppo di tali capacità, a materializzare proprio suo figlio. Baird narra che, durante la seduta, si materializzarono le mani di Jack che furono strette da tutti i presenti e allora Lodge, che era stato invitato come osservatore scettico ed imparziale, ebbe l’idea di prendere le impronte digitali della mano ectoplasmatica di Jack per confrontarle con quelle rimaste sul rasoio col quale si era ucciso e che era stato accuratamente conservato, quasi come un cimelio. Si poté in tal modo constatare che quelle impronte corrispondevano esattamente a quelle rilevate sul rasoio. Baird riteneva che questo genere di prova sarebbe stato sufficiente, da solo, a fornirci l’evidenza dell’immortalità della nostra anima.
giovedì 14 luglio 2011
NDE (Near-Death-Experiences)
Per NDE si intendono quelle particolari esperienze spirituali che vengono riportate da quelle persone che, dopo essere state dichiarate morte per attacchi cardiaci o incidenti, grazie ad interventi di rianimazione sempre più sofisticati, vengono letteralmente “riportate” alla vita.
Mi ha particolarmente interessato il lavoro della dottoressa Phyllis M.H. Atwater, nota psicologa americana esperta nel campo dell’ipnoterapia che ha praticato per anni.
Il suo interesse per le NDE risale al 1977, anno in cui per seri problemi di salute si è trovata, per ben tre volte in tre mesi, a sperimentare lei stessa esperienze di premorte ed è tutt'oggi riconosciuta internazionalmente come una delle più importanti ricercatrici in suddetto campo.
Nel suo libro più famoso, Beyond the Light (Oltre la luce), spiega esattamente cos'è la morte:
Mi ha particolarmente interessato il lavoro della dottoressa Phyllis M.H. Atwater, nota psicologa americana esperta nel campo dell’ipnoterapia che ha praticato per anni.
Il suo interesse per le NDE risale al 1977, anno in cui per seri problemi di salute si è trovata, per ben tre volte in tre mesi, a sperimentare lei stessa esperienze di premorte ed è tutt'oggi riconosciuta internazionalmente come una delle più importanti ricercatrici in suddetto campo.
Nel suo libro più famoso, Beyond the Light (Oltre la luce), spiega esattamente cos'è la morte:
“Per prima cosa, si soffre per il dolore. Istintivamente lotti per continuare a vivere. Questo è istintivo. E’ inconcepibile per la nostra mente comprendere l’esistenza di un’altra realtà che coesista con la nostra fatta di materia e limitata nello spazio e nel tempo. Siamo stati resi coscienti solo di quest’ultima. Noi siamo abituati fin dalla nascita a vivere e prosperare in essa. Ci identifichiamo in ciò che crediamo di essere dagli stimoli esterni che riceviamo. La vita ci dice chi siamo e noi lo accettiamo. Anche questo si da per scontato. Il tuo corpo si affloscia. Il tuo cuore si ferma. Non respiri più. Perdi la vista, la sensibilità, e la facoltà di muoverti, sebbene la capacità di sentire tutto svanisca per ultima. L'identità cessa. Il “te” che eri prima diviene solo un ricordo. Non c’è alcun dolore al momento della morte. Soltanto il silenzio pacato. . . calma. . . quiete. Ma tu esisti ancora. È facile non respirare. Infatti, è più facile, più comodo, ed infinitamente più naturale non respirare che respirare.
La sorpresa più grande per la maggior parte delle persone morenti è dover comprendere che morendo non finisce la vita. Se l’oscurità o la luce vengono dopo, qualsiasi altro evento, che ti piaccia o no, la sorpresa più grande è dover comprendere che sei ancora tu. Puoi ancora pensare, ricordare, vedere, sentire, muoverti, meravigliarti, porti domande e ridere agli scherzi - se lo desideri. Sei ancora vivo, intensamente vivo. Davvero, sei più vivo dopo la morte che durante la tua vita. Solo in modo completamente diverso; diverso perché non hai più un corpo fisico per filtrare ed amplificare le varie sensazioni che una volta consideravi come gli unici riferimenti validi per comprendere la vita. Sei stato educato a pensare di avere bisogno di un corpo per vivere. Se pensi di morire quando esso morirà resterai deluso. L'unica cosa che accade quando si muore è che ci si libera, che esce fuori e si scarta "il rivestimento" che si è portato una volta (chiamato più comunemente corpo). Quando muori perdi il tuo corpo. Tutto qua. Non ci sono altre perdite. Non sei il tuo corpo. È solo qualcosa che indossi per un istante, perché vivere sul piano di esistenza terreno è infinitamente più significativo e più coinvolgente se stai indossando il tuo abbigliamento e conformato alle sue regole.”
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