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Nascere, morire, rinascere per progredire sempre: questa è la legge -Allan Kardec-

mercoledì 10 agosto 2011

Il caso di Pam Reynolds


Fonte:
Francesca Scarrica (La Scienza che ha dimostrato l’Aldilà)

Il caso di Pam Reynolds ha fatto molto scalpore e viene spesso citato nella letteratura riguardante le NDE. Vi riporto la sua esperienza così come riportata nel sito http://www.near-death.com/.
Pam era stata una bambina prodigio, dotata di un talento eccezionale nel suonare il violino ed il pianoforte, con una preparazione nel repertorio classico ed una promettente carriera come cantante e arrangiatrice. Quando già era madre di 3 figli, nel 1991, all’età di 35 anni, Pam dovette sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico per la rimozione di un aneurisma arterioso di grandi dimensioni che metteva in pericolo la sua vita.

Infatti la rottura dell’aneurisma avrebbe provocato la distruzione del tronco cerebrale e la morte. Ma la grandezza e la posizione dell’aneurisma non permettevano la sua rimozione tramite l’uso di procedure neurochirurgiche standard, così ella fu indirizzata ad un dottore che utilizzava una procedura nuovissima, pionieristica, conosciuta come “arresto cardiaco ipotermico”, l’unica che prometteva a Pam una ragionevole chance di successo. L’operazione, chiamata in gergo “standstill”, richiede che la temperatura corporea del paziente sia portata artificialmente a circa 15,5 C° mediante un bypass circolatorio, che tanto il battito cardiaco quanto il respiro vengano interrotti, che l’encefalogramma risulti completamente piatto e che il sangue sia aspirato completamente dal cervello del paziente. In effetti possiamo dire che Pam fu messa in stato di morte artificiale. Appena fu in sala operatoria, le venne somministrata un’anestesia generale, ossia un’anestesia nella quale si utilizzano droghe per mantenere lo stato di sonno profondo, droghe per paralizzare i muscoli e droghe per prevenire la percezione del dolore. Chiunque si trovi in queste condizioni non può né muoversi, né parlare, né respirare, e per questo viene collegato ad un respiratore artificiale. Durante l’anestesia lo stato mentale di Pam veniva monitorato mediante l’encefalogramma (che doveva risultare piatto) e con la misura della risposta del cervello ad un suono emesso periodicamente da due auricolari infilati nelle orecchie. Questo sistema (chiamato VEP = Vestibular Evoked Potentials) verifica il funzionamento del tronco cerebrale ed è un efficace indicatore della profondità dell’anestesia. In assenza di tali risposte il tronco risulta inattivo. La testa di Pam era fissata nella posizione più adatta ed il resto del corpo era coperto da teli sterili. Mentre il neurochirurgo iniziava ad operare sulla testa, un chirurgo cardiaco (la dottoressa Murray) iniziava un’altra operazione all’inguine per inserire i tubi del bypass cardiaco nei vasi sanguigni. In questo modo sarebbe stato possibile far passare il sangue di Pam in una macchina che l’avrebbe refrigerato fino alla temperatura desiderata. L’abbassamento di temperatura produsse anche il previsto arresto cardiaco, per cui la circolazione del sangue fu mantenuta esclusivamente dal bypass. Una volta che il corpo di Pam si fu raffreddato a 15,5 C°, la circolazione sanguigna venne arrestata e l’aneurisma asportato con successo. A questa temperatura il metabolismo del cuore e del cervello è rallentato a tal punto che la circolazione sanguigna può essere interrotta per circa 45–60 minuti senza che i tessuti vengano danneggiati. Dopo la rimozione dell’aneurisma, la macchina del bypass cardiaco fu riavviata e la temperatura fu riportata gradatamente a 37 C°. Il battito cardiaco fu riattivato, il bypasss venne rimosso e Pam fu praticamente riportata in vita. Durante il periodo di morte artificiale, Pam ebbe una NDE molto profonda. Le sue testimonianze, da una posizione fuori dal corpo, su vari dettagli dell’operazione si rivelarono in seguito vere ed anche molto precise.

Il caso di Pam viene indicato come una delle prove più valide della veridicità delle osservazioni dell’ambiente circostante che vengono fatte in stato di NDE, per la capacità della paziente di descrivere puntualmente gli specifici strumenti chirurgici e le procedure messe in atto, nonostante il suo cervello fosse clinicamente morto.

Per esempio, quando tutte le funzioni vitali di Pam furono sospese, il medico accese la sega chirurgica ed iniziò ad incidere il cranio della paziente. Durante questa fase, Pam raccontò di essersi sentita “schizzare” fuori dal corpo, trovandosi a fluttuare al di sopra del tavolo chirurgico. Da quella posizione poté osservare per un po’ il dottore che stava lavorando sul suo corpo senza vita. Vedeva il chirurgo mentre segava il suo cranio con quello che, disse, le sembrava una specie di spazzolino da denti elettrico. Pam udì e poi riferì più tardi tutto quanto le infermiere avevano detto in sala operatoria e tutto quello che era accaduto durante l’intervento. Da notare che, nello stesso momento, tutti gli strumenti collegati con il corpo di Pam non registravano alcuna traccia di attività cerebrale. Ad un certo punto la “coscienza” di Pam si allontanò cominciò a fluttuare al di fuori della sala operatoria, trovandosi in un tunnel in fondo al quale brillava una luce. Al termine del tunnel Pam intravide alcuni suoi parenti ed amici trapassati, tra i quali c’era anche sua nonna, già morta da tempo. La NDE di Pam terminò quando un suo zio defunto la invitò a ritornare nel suo corpo. Pam raccontò che l’esperienza di rientrare nel proprio corpo (freddo) le aveva ricordato l’effetto di “tuffarsi in una piscina di acqua ghiacciata”. Ecco, di seguito, come essa racconta la sua NDE nel corso di un’intervista: “La cosa successiva che ricordo era il suono: si trattava di un “re” naturale (nota musicale). Mentre ascoltavo quel suono, sentivo che mi stava tirando fuori dalla sommità della mia testa. Via via che uscivo fuori dal corpo, la tonalità diventava più chiara. Avevo l’impressione che fosse come una strada, una frequenza lungo la quale muoversi … Ricordo di aver osservato diverse cose nella sala operatoria mentre guardavo in basso. Mi sentivo più capace di attenzione consapevole di quanto non lo fossi mai stata in tutta la mia vita … In un certo senso era come se mi fossi seduta sulle spalle del chirurgo. Non avevo una visione di tipo normale: era più brillante, più chiara e più a fuoco rispetto alla visione normale … C’erano tante cose nella sala operatoria che non riuscivo ad identificare, e tante persone. Pensai che il modo in cui mi avevano rasato la testa era piuttosto strano. Credevo che mi avrebbero raso a zero tutti i capelli, ma non fu così … Lo strumento per segare il cranio, di cui odiavo il suono, assomigliava ad uno spazzolino da denti elettrico, ed aveva un incavo, una specie di scanalatura sulla punta, laddove la lama sembrava rientrare all’interno del manico, senza che ciò accadesse … La sega aveva inoltre delle lame intercambiabili, ma queste lame stavano in quella che sembrava un astuccio con fori di diverse dimensioni (per infilarvi le lame) … Sentivo la sega andare più veloce. Non li vedevo usarla sulla mia testa, ma credo di aver sentito che stavano usandola su qualcosa. Emetteva un ronzio ad una frequenza piuttosto alta, e poi improvvisamente partiva: wrrrrrrr … così. Qualcuno disse qualcosa a proposito del fatto che le mie vene ed arterie erano molto piccole. Mi sembra che fosse una voce femminile, quella della dottoressa Murray (la cardiologa), ma non ne sono sicura. Ricordo di aver pensato che avrei dovuto parlarle di questo particolare … ricordo anche di aver osservato la macchina cuore-polmone. Non mi piaceva la maschera del respiratore … ricordo una quantità di attrezzi e di strumenti che sul momento non fui in grado di riconoscere. Avevo la sensazione di essere tirata, ma non contro la mia volontà. Andavo avanti di buon grado, perché volevo andare avanti. Uso qualche metafora per cercare di spiegarmi: era come nel Mago di Oz, qualcosa di simile all’essere risucchiati in alto dal vortice di un tornado, ma senza girare intorno e senza provare vertigini di sorta. Mi sentivo molto concentrata perché avevo una meta verso cui andare. La sensazione era quella di salire in un ascensore veramente veloce. E poi c’era un’altra sensazione, che però non era né corporea né fisica: era come essere in un tunnel, ma non era un vero tunnel. Ad un certo punto all’inizio del vortice del tunnel diventai cosciente del fatto che mia nonna mi stava chiamando. Ma la sentivo chiamarmi non con le mie orecchie … era qualcosa di più chiaro rispetto all’udire con le orecchie. Mi fidavo di quella sensazione più di quanto non mi fidi di ciò che sento con le mie orecchie. La sensazione era che voleva che andassi da lei, così continuai ad avanzare senza timore lungo il condotto. Si trattava di un condotto oscuro, alla cui estremità più lontana c’era un piccolissimo punto di luce che via via diventava più grande e poi ancora più grande. La luce era incredibilmente brillante, come trovarsi al centro di una lampadina. Era così intensa che mi misi le mani davanti al viso aspettandomi di vederle, e invece mi accorsi che non c’erano. Ma sapevo che erano là, anche se non potevo sentirle col tatto. Di nuovo, non riesco a trovare il modo di esprimermi, ma sapevo che le mie mani erano là … Mi resi conto che mentre cominciavo a distinguere diverse figure nella luce (figure che erano avvolte nella luce, permeate di luce ed erano esse stesse luce) queste cominciavano a prendere forme che io potevo riconoscere e comprendere. Vidi che una di esse era mia nonna: non so se fosse realtà o proiezione, ma io saprei riconoscere mia nonna, ed il suono della sua voce, sempre ed ovunque. Tutti coloro che vedevo, ripensandoci, corrispondevano perfettamente all’immagine che ne avevo avuto quand’erano, in vita, nella loro forma più smagliante. Ne riconobbi tanti: c’erano mio zio Gene, la pro-prozia Maggie (che in effetti era una cugina), il nonno paterno … Si stavano prendendo cura di me in un modo molto speciale, come se mi custodissero. Non mi permisero di procedere oltre … Mi fu comunicato (non riesco ad esprimermi meglio, dato che non parlavano come facciamo noi) che se entravo completamente nella luce qualcosa di irreversibile sarebbe capitato al mio corpo fisico. Non sarebbero più riusciti a rimettere di nuovo quell’io che ero all’interno del mio corpo: se mi fossi allontanata troppo non sarebbero riusciti a riconnettermi. Perciò non mi avrebbero permesso di andare oltre o fare alcunché. Io volevo entrare nella luce, ma nello stesso tempo desideravo tornare. Avevo dei figli da curare e da allevare. Era come se vedessi un film a velocità accelerata: si ha un’idea generale di ciò che accade, ma non si riesce a rallentare i fotogrammi in modo da percepire i dettagli. Poi questi miei parenti trapassati cominciarono a nutrirmi. Non lo facevano attraverso al mia bocca, come si fa col cibo, ma in qualche modo venivo nutrita. L’unico modo in cui potrei spiegare la cosa è che mi davano delle scintille. Posso senza dubbio ricordare la sensazione di ricevere nutrimento ed energia e di diventare più forte. Capisco che sembra buffo, dato che ovviamente non si trattava di qualcosa di fisico, ma all’interno dell’esperienza mi sentivo “fisicamente” forte e pronta a tutto. Mia nonna non mi ricondusse attraverso il tunnel, né mi rimandò indietro e neppure mi chiese di andarmene. Semplicemente, mi rivolse uno sguardo: pensavo che sarei dovuta andare con lei, ma mi fu comunicato che essa non credeva che fosse necessario. Lo zio mi disse che sarebbe venuto lui. Ed infatti mi riportò indietro attraverso il tunnel: tutto andava bene, anche se non avevo voglia di andar via. Ma quando arrivai all’inizio del tunnel e rividi quella cosa, il mio corpo, non volevo assolutamente rientrarci. Aveva un aspetto orribile, come un treno deragliato. Sembrava proprio ciò che era: morto. Penso che fosse ricoperto da un telo: mi spaventai e non volli più guardarlo. Mi fu detto che sarebbe stato come tuffarmi in una piscina: nessun problema per me, che so tuffarmi bene. Ma non volevo ed allora, siccome cominciavo ad essere in ritardo (o qualcosa del genere) lo zio mi diede una spinta. Sentii una decisa repulsione e nello stesso tempo fui tirata dal mio corpo: il corpo tirava ed il tunnel spingeva … Fu come tuffarsi in una piscina di acqua ghiacciata… fece male! Quando tornai in me, stavano suonando Hotel California ed il verso era: “Puoi lasciare l’albergo ogni volta che vuoi, ma non potrai mai andartene”. Accennai in seguito al dottor Brown che queste parole erano davvero sconsolanti, ma lui mi disse che avevo bisogno di dormirci sopra. Quando ripresi conoscenza, avevo ancora il respiratore”.

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